Diritto all'oblio sul web

Oblio sul Web, un diritto tecnicamente complesso da far valere

 

Con l’emendamento alla riforma Cartabia dell’on. Enrico Costa sul diritto all’oblio, gli imputati assolti potranno chiedere e ottenere di veder deindicizzato il loro nome sul web.
In sostanza, il fatto in sé ed i suoi dettagli – come la storia del processo piuttosto che dell’inchiesta – non verranno cancellati, ma chi cercherà su internet il nome del soggetto coinvolto e poi prosciolto non lo troverà più. Costui, se lo richiederà, otterrà che il suo nome venga cancellato dai motori di ricerca.

Sicuramente un principio di civiltà giuridica. Tuttavia, ribadita la giustezza del principio vanno osservati diversi problemi pratici che in alcuni casi potrebbero vanificarlo.

Molto dipende dai nostri trascorsi online: dove le notizie sono state date, riprese e conservate. Conta come abbiamo interagito con esse attraverso i social network e i blog, chi le ha commentate e riportate, dove…. In generale Internet non dimentica nulla, quindi nemmeno noi dobbiamo scordare che è stato concepito proprio per preservare tutto. Il passato remoto della Rete è quello di uno strumento fatto per condividere tutte le informazioni e conservarle in qualsiasi condizione.

In tanti ignorano oppure scordano come Internet sia nato negli anni Sessanta per essere un sistema militare di difesa che, in caso di guerra, avrebbe dovuto garantire il collegamento tra l’apparato militare e i più avanzati centri di ricerca universitari. Di conseguenza le sue logiche profonde puntano a garantire che le informazioni non vadano perdute e siano sempre disponibili a chi è connesso. Stante questa logica l’esercizio pratico di una volonta di oblio, ancorché supportato dalla Legge,  trova non pochi limiti.

Il principale problema è l’architettura stessa della rete

Quando si parla di rete si intende una serie di componenti, sistemi o entità interconnessi tra loro in modo opportuno. Queste componenti sono solitamente computer, modem, router ed altro ancora collegati  tra di loro con l’intento di potersi scambiare a vicenda informazioni o, meglio ancora, condividere determinate risorse.
Internet, in particolare, non è altro che una rete di reti, ovvero un enorme insieme di reti, di differente natura e dimensione, opportunamente collegate tra loro.
I motori di ricerca che altro non sono se non una sorta di enorme elenco contenente miliardi e miliardi di informazioni organizzate in base a ben precisate frasi o parole, chiamate, in gergo, chiavi di ricerca consentono di cercare e trovare dati su un determinato argomento.

Se internet non dimentica, significa che si tratta di un viaggio senza ritorno?

Innanzitutto dobbiamo fare delle distinzioni perché, come detto, la Rete ha diversi livelli e può essere rappresentata come se fosse un iceberg. La parte visibile è quella indicizzata da motori di ricerca come Google, poi esiste quella invisibile, nota come Deep Web, che costituisce la gran parte di Internet e comprende le reti private: quei siti che per accedere richiedono uno username e una password e via dicendo.
Uno spicchio di questo mondo sommerso è il Dark Web, fatto di reti in cui il traffico è crittografato e gli utenti sono anonimi. Il nostro diritto all’oblio dipende da quanto in profondità sono precipitate le informazioni che abbiamo reso disponibili sulla Rete.

 

 

Internet come un iceberg

 

Ma consultare non vuol dire conservare. Certo, i motori conservano gli elenchi; tuttavia le informazioni stanno altrove. Si può chiedere a Google di cancellare determinate chiavi nominali di ricerca o di reindirizzarle affinché restituiscano o meno determinati risultati. Tuttavia non possono cancellare quei risultati, che si trovano ovunque ed al di fuori del controllo dei motori.

La Rete si presenta con diverse memorie virtuali

I motori di ricerca sono relativamente pericolosi perché possiamo controllarli. Google & co. si limitano a mostrare quello che trovano, quindi nel tempo tendono a dimenticare, dismettendo i contenuti più vecchi a favore di quelli nuovi.

Tuttavia, grazie a quella che viene definita “copia cache”, una sorta di istantanea della pagina che risale all’ultima volta in cui i loro sistemi di indicizzazione l’hanno visitata, è possibile fare un breve salto nel passato per scoprire cosa era conservato prima che non fosse più visibile.

Alla fine, però, è possibile rivendicare il proprio diritto all’oblio poiché esistono – come detto – degli enti giuridici ai quali rivolgersi per fare rimuovere i contenuti.

A metà strada si collocano i social, pur essendo anch’essi dei soggetti presso i quali esercitare il proprio diritto, sono più persistenti perché le informazioni possono replicarsi all’infinito tra gli infiniti di account (oggi si parla di circa 6 miliardi) che costituiscono il loro universo.

Per giunta, questi profili hanno spesso una parte privata, non accessibile allo stesso gestore. Un’informazione, sia essa un’immagine o un testo, può apparire e scomparire continuamente in questo mondo, con il risultato che una sua rimozione definitiva può essere molto problematica.

Ancora più pericolosi sono i sistemi di messaggistica, parte integrante del Deep Web. In questo caso i dati finiscono in un dispositivo privato e la loro rimozione e non diffusione dipendono esclusivamente dal proprietario dello strumento stesso.

Impossibile, quindi, esercitare il diritto all’oblio?

È preferibile usare il termine improbabile. L’aggettivo impossibile andrebbe riservato soltanto a quei contenuti che arrivano fino alle profondità più recondite della Rete. Di solito si tratta dei contenuti più pruriginosi, scandalosi o estremi. Ecco, quelli arrivano fino agli abissi più profondi, precipitano nel Dark Web e da lì non si estirpano più.

Per esempio esiste una raccolta di video e file, mantenuta da volontari non proprio gentiluomini, che va sotto il nome di “Bibbia”. Essa raccoglie il peggio di quanto pubblicato in modo più o meno volontario da ragazze, nella maggior parte dei casi minorenni, sui social e sulle chat. È arrivata alla versione 3.0 e sembra non morire mai.

Ecco nel Dark Web è anche peggio. Se combiniamo tutti questi elementi possiamo affermare con assoluta certezza che, nel momento stesso in cui schiacciamo il tasto invia, abbiamo perso il controllo di quanto spedito e dobbiamo considerare certo che prima o poi esso potrebbe riemergere dagli abissi della Rete.

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