Il significato come infrastruttura

Informazione, comunicazione e costruzione del senso non passano più solo attraverso redazioni e autori riconoscibili, ma attraverso architetture computazionali che selezionano, ordinano e sintetizzano ciò che diventa visibile — e dunque reale.

Nel 1964 Marshall McLuhan condensò in una formula — “il medium è il messaggio” — un’intuizione che la teoria dei media avrebbe impiegato decenni a esaurire: il modo in cui un contenuto viene trasmesso non è un contenitore neutro, ma una forza che ne condiziona la ricezione più del contenuto stesso. Sessant’anni dopo, quella formula ha bisogno di un ulteriore livello di lettura. Non basta più chiedersi quale medium veicoli un’informazione — la televisione, il giornale, il feed di uno smartphone. Occorre chiedersi quale infrastruttura di selezione, invisibile all’utente finale, abbia deciso che quella specifica informazione, fra i miliardi disponibili in ogni istante, raggiungesse proprio quella persona, in quella forma, in quel momento. È un salto che sposta il problema dal linguaggio del messaggio all’architettura che lo precede: prima ancora di interrogarsi su come un testo costruisce significato, bisogna chiedersi chi — o che cosa — ha deciso che quel testo esistesse, per chi, nella sequenza in cui è comparso.

Il problema non è nuovo quanto sembra. Già nel 1922 Walter Lippmann, nel primo capitolo di Public Opinion, osservava che nessun individuo entra mai in contatto diretto con la realtà sociale e politica che lo circonda: ognuno costruisce piuttosto un insieme di “immagini nella testa” — semplificazioni, stereotipi, rappresentazioni parziali — che compongono quello che Lippmann chiamava uno pseudo-ambiente, e a cui il comportamento reale risponde come se fosse la realtà stessa. La tesi di Lippmann non era che l’opinione pubblica fosse manipolata da qualcuno in particolare, ma che fosse strutturalmente impossibile, per la complessità del mondo moderno, formarsi un’opinione che non passasse attraverso una mediazione selettiva. Il problema, cioè, non era la distorsione occasionale, ma la mediazione stessa come condizione permanente della conoscenza pubblica. Ciò che è cambiato da allora non è questa condizione di fondo — resta vera oggi quanto un secolo fa — ma l’identità e la visibilità di chi la governa.

Per gran parte del Novecento, quella mediazione ebbe un volto e un nome. Nel 1950 il sociologo David Manning White pubblicò lo studio che avrebbe fondato la teoria del gatekeeping: seguì per una settimana il lavoro di un caporedattore di un quotidiano dell’Illinois — ribattezzato, nello studio, “Mr. Gates” — osservando come selezionasse, fra le centinaia di dispacci d’agenzia che arrivavano ogni giorno sulla sua scrivania, quali sarebbero diventati notizia e quali sarebbero finiti in uno scatolone accanto al tavolo, scartati. White concluse che le scelte di Mr. Gates erano fortemente soggettive, guidate da preferenze personali tanto quanto da criteri professionali. Era un giudizio umano, dunque fallibile, parziale, a tratti arbitrario — ma era anche un giudizio nominabile: un individuo con un nome, una scrivania, un giornale che ne rispondeva pubblicamente, soggetto a critica, a rettifica, a un codice deontologico condiviso dall’intera professione. Vent’anni dopo, Maxwell McCombs e Donald Shaw affinarono questa intuizione in una direzione più precisa con il celebre studio condotto a Chapel Hill durante le elezioni presidenziali del 1968: i media, dimostrarono, non riescono quasi mai a dire alle persone che cosa pensare, ma riescono con notevole efficacia a dire loro a che cosa pensare, trasferendo sull’agenda pubblica la gerarchia di rilevanza già presente nell’agenda editoriale. Il potere dei media, in questa formulazione, non era il controllo diretto dell’opinione, ma il controllo della salienza — di ciò che merita attenzione prima ancora di essere giudicato.

È esattamente questa funzione — la gestione della salienza — che nell’ultimo quindicennio si è spostata dalle redazioni alle piattaforme, e con essa si è trasformata la natura stessa del gatekeeping. Il ricercatore Tarleton Gillespie, in Custodians of the Internet, ha descritto come le grandi piattaforme digitali esercitino oggi una funzione di selezione e moderazione dei contenuti paragonabile, per portata, a quella storicamente svolta dalle redazioni — ma esercitata attraverso regole in larga parte proprietarie, sistemi di raccomandazione la cui logica interna resta inaccessibile persino ai regolatori, e decisioni che nella maggior parte dei casi non hanno un autore identificabile a cui attribuire responsabilità. Il gatekeeping non è scomparso: si è spostato da un soggetto nominabile — un caporedattore, una testata, un codice deontologico — a un’infrastruttura distribuita, difficile da interrogare, ancora più difficile da citare in giudizio. È una transizione che pone un problema diverso rispetto a quello descritto da White o da McCombs e Shaw: non più la soggettività eventualmente distorta di un gatekeeper umano, ma l’assenza strutturale di un gatekeeper a cui la distorsione — quando esiste — possa essere ricondotta.

Sotto questo spostamento istituzionale opera una logica economica che lo spiega più di ogni intenzione manipolatoria. Nel 1971 l’economista e scienziato cognitivo Herbert Simon formulò un’osservazione che sarebbe diventata il fondamento teorico dell’intera economia dell’attenzione: in un mondo ricco di informazione, scrisse, la ricchezza di informazione produce necessariamente una povertà di qualcos’altro — ciò che l’informazione consuma, ovvero l’attenzione di chi la riceve. Da questa scarsità discende una conseguenza che nessun sistema di raccomandazione, per quanto sofisticato, può eludere: se l’attenzione è la risorsa scarsa, il criterio operativo di selezione tende inevitabilmente a diventare la capacità di catturare attenzione, non la verità, la rilevanza pubblica o la coerenza narrativa di un contenuto. Non perché chi progetta questi sistemi persegua deliberatamente la disinformazione, ma perché l’obiettivo che il sistema è chiamato a massimizzare — tempo di permanenza, tasso di clic, coinvolgimento — è per costruzione indifferente al valore epistemico di ciò che viene selezionato. È la stessa dinamica, applicata all’informazione anziché al gusto estetico, già osservata a proposito dei sistemi di raccomandazione culturale: l’infrastruttura non cerca la qualità, cerca l’engagement, e tratta la prima come un effetto collaterale eventuale del secondo.

L’evoluzione più recente di questa dinamica non riguarda più soltanto la selezione di contenuti esistenti, ma la loro sostituzione con una sintesi che non rimanda più, se non marginalmente, alla fonte da cui proviene. L’introduzione su larga scala dei riepiloghi generati dall’intelligenza artificiale nei motori di ricerca — gli AI Overviews di Google, i motori di risposta diretta integrati nei chatbot — ha prodotto, fra il 2024 e il 2025, un collasso misurabile del traffico di rinvio verso gli editori che quelle informazioni avevano originariamente prodotto e verificato: un calo mediano del traffico proveniente da Google, secondo i dati raccolti dal settore, intorno al dieci per cento su base annua per l’insieme dei siti, superiore al venti per cento per numerosi editori non specializzati in informazione, con casi estremi — testate come The Verge, ZDNet o Digital Trends — che hanno registrato perdite superiori all’ottantacinque per cento del traffico proveniente dalle ricerche. Nello stesso periodo la quota di ricerche concluse senza alcun clic verso un sito esterno è salita dal cinquantasei a quasi il sessantanove per cento. Il significato, in questo nuovo assetto, non arriva più incorporato in un testo firmato, collocato in una testata riconoscibile, corredato da una cronologia di correzioni e da una responsabilità editoriale esplicita: arriva come una sintesi generata algoritmicamente, spesso senza attribuzione chiara, la cui fonte originaria — se citata — compare come riferimento accessorio anziché come struttura portante del testo. È la disintermediazione non solo del canale distributivo, come era già avvenuto con i social network, ma dell’atto stesso della narrazione: non si legge più un racconto costruito da qualcuno, si riceve una risposta assemblata da un sistema.

È in questo scarto — fra racconto attribuibile e risposta sintetizzata — che si misura la posta in gioco reale di questa trasformazione. Un secolo di pratiche costruite per rendere la mediazione dell’informazione responsabile — la firma dell’articolo, la responsabilità editoriale della testata, il diritto di rettifica, l’intera architettura giuridica della diffamazione a mezzo stampa — presuppone un produttore di significato identificabile, a cui un errore, una distorsione o un’omissione possano essere ricondotti e contestati. Un’infrastruttura di sintesi, per come è oggi costruita, non offre lo stesso punto di aggancio: non ha una firma nel senso proprio del termine, non ha una linea editoriale dichiarata, non ha — nella maggior parte delle giurisdizioni — un regime di responsabilità comparabile a quello che si applica a chi pubblica un testo con il proprio nome. Non è necessariamente un problema di intenzione: è un problema di architettura, la stessa distanza fra visibilità e responsabilità già osservata a proposito delle infrastrutture algoritmiche che oggi selezionano il gusto e l’attenzione culturale. Il significato, in altre parole, sta seguendo la stessa traiettoria del valore e della reputazione descritta altrove in questo sito: da un processo costruito da soggetti nominabili, sanzionabili, responsabili delle proprie scelte, verso un processo distribuito su infrastrutture che ottimizzano un obiettivo diverso — l’attenzione, non la verità — e che per questo restano strutturalmente più difficili da interrogare. È a questa distanza, e a chi sta imparando a governarla, che guarda la sezione Media e linguaggio di questo sito.